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Apr
2017
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Tressette, sette e mezzo e otto sotto un tetto

La matematica non è mai stata il mio forte. A scuola preferivo i temi di italiano. Ho sempre pensato che “si lancino due dadi…” e “la signora Maria andò al mercato…” sarebbero stati degli ottimi attacchi per storie fantastiche. Invece puntualmente si finiva con “si calcoli la probabilità” e “quante uova ha la signora Maria nel suo paniere?”. Non ricordo di aver mai finito un compito in classe di algebra senza l’aiuto della mia compagna di banco, genio dell’aritmetica, che in cambio del suo aiuto si faceva pagare con una Marlboro da fumare in bagno nello spacco tra la terza e la quarta ora. O durante l’ora di religione.Sarà per questa mia avversione ai calcoli e alle cifre che le feste di fine anno mi mettono sempre un po’ a disagio.

Si contano le ore. Tornare in Italia per le vacanze di Natale è una corsa contro il tempo. Ogni giorno tra il momento dell’arrivo e quello della partenza è prezioso. Non fai in tempo ad arrivare che già devi ripartire. Hai appena finito il giro delle zie da salutare che già le saluti di nuovo perché devi riprendere l’aereo. Vuoi vedere tutti e tutti devono vedere tutti. Le giornate sono poche e le notti sono troppo corte (soprattutto se quando torni a casa per la terza volta di seguito alle 2 del mattino i tuoi figli sono svegli, chi per un mal di denti, chi perché tutto ‘sto cibo all’improvviso gli fa venire gli incubi e l’atro perché l’hanno svegliato gli altri 2). Quindi, riassumendo: 4 ore di sonno per notte, per 10 notti. Il tutto moltiplicato per 3 aperitivi al giorno. Più 2 cenoni di vigilia del 24 e del 31. 2 pranzi che se riesci ad alzarti da tavola alle 18 hai vinto. Per ricominciare alle 19 a casa di amici. Aggiungi un appartamento dove di solito vivono 2 persone (quasi mai contemporaneamente) che all’improvviso si trasforma in una puntata di 8 sotto un tetto. Sottrai 2 o 3 sinapsi neuronali che se ne vanno per i vari brindisi a Champagne e Spritz… E mi sono già persa.

Le sinapsi neuronali che se ne vanno…

Si contano i punti. Perché qui in Italia si gioca a carte. Ma tanto, eh! Con gli amici si gioca a Mercante in fiera che più si è, più si vince. O si perde.  Chi vince si esalta e chi perde si incazza. Grandi amicizie sono nate e si sono spezzate intorno ai tavoli di Mercante in fiera. Tavolate chilometriche. Il mercante chiama le carte all’asta ed è un istrione mentre intorno al tavolo si pende dalle sue labbra, si urla, ci si distrae, si beve Fiano e Aglianico, si mangiano torroni e panettoni. Si gioca a Cucù che quando perdi sei proprio morto e puoi anche tornare a casa a dormire (se ci riesci… vedi sopra) o fare una chiacchiera con chi se ne sta vicino al caminetto.

E poi si gioca a Sette e mezzo che basta una mezza figura per farti sballare. Si sta sul filo del rasoio. Col fiato sospeso. Che quando ti arriva il re di danari vinci legittimo o reale. Il banco passa di mano in mano e il mazziere di turno distribuisce la fortuna tra matte e sballati. Sempre rigorosamente con le carte napoletane. I fantisi sfidano a spade. Si discute con coppe alla mano. Alle dita, al collo e alle orecchie delle dame sbocciano gli ori delle feste. Mentre i cavalieri celebrano i riti con i loro bastoni fioriti.

il re di danari, la matta

Anche papà gioca, ma loro sono 4, a coppie fisse. Giocano a Tressette. Che non è un gioco ma una cosa seria. Quando giocano loro bisogna lasciare libera la casa. O andare a guardare un film nelle stanze. La casa è silenzio rotto solo dalle loro urla. Quanto urlano! Il loro gioco non è svago ma competizione, agone. Si affrontano nell’arena. La fortuna c’entra poco e l’azzardo più che alea è hybris. Non tanto la distribuzione aleatoria delle carte quanto l’osare muovere una mano senza la misura delle manovre dell’avversario.  Il loro gioco è mimesi, simulacro. Gioco di maschere. Con una sigaretta stretta tra le labbra sottili, gli occhi socchiusi, le mani callose, papà diventa un “altro”. Provoca gli altri, i compari di gioco. Provoca se stesso. Fino alla vertigine. E da lassù fa fatica a scendere. Si mette a letto e ripassa le mosse, riassume i punti e conta le pecore.

Si contano i successi e le promesse. E’ tempo di bilanci e di buoni propositi per l’anno nuovo. Si tirano le somme e le risposte sono sempre le stesse:

– Quali e quanti progetti ho portato a termine quest’anno?

Pochi. Nessuno? Ma ho avuto un sacco di idee! E poi ho fatto un figlio…

– Sono ingrassata? Dimagrita?

La prima, ovviamente la prima. Però ho fatto un figlio…

– Ho viaggiato?

Non tanto, ma ho fatto un figlio.

– Sono stata carina? Gentile? Affettuosa?

Non proprio, ma ho fatto un figlio!

Ci si rivede con i vecchi amici e si contano gli anni (le rughe, i capelli bianchi, i chili e i figli) passati dall’ultima volta. Si contano le storie. Le foto dell’anno appena trascorso da riordinare. Scegliere le più belle da stampare. Ogni anno una pagina che si volta. Che si somma alle altre. Che inverno dopo inverno sedimentano il libro della vita. Accanto alle foto e alle carte napoletane ora tengo un mazzo di carte francesi. Di quadri e picche, ma soprattutto di fiori e cuori. I punti non li so ancora contare, ma un calcolo semplice semplice alla fine di questo 2015 l’ho fatto. E cioè che uno più uno fa cinque. Tu, io e le nostre tre meraviglie. Poi ci sono mamma, papà e little bro. E cinque più tre fa otto. Sotto un tetto o separati dalle Alpi. Cambiando l’ordine degli addendi, il risultato non cambia: sempre otto fa.

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