8
Mar
2017
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Spaghetti!

Ogni volta che torno a casa dai miei è sempre un po’ come tornare indietro nel tempo.

Sono andata via per la prima volta a 18 anni. Ora ne ho quasi il doppio. Ero una bambina e ora di bimbi ne ho tre. Ma quando varco la porta di casa dei miei genitori tutto quello che sono fuori svanisce come per incanto. I panni della donna, della Mama, dell’amica, della collega, della vicina di casa… mi cadono di dosso e mi ritrovo nuda. Come mamma mi ha fatto. Figlia di nuovo. Figlia e basta.

Nuda perché qui non ho bisogno di costumi e di maschere. Sono come sono. E pazienza se a volte non sono proprio il meglio di me. Spesso. Pazienza se solo qui dentro mi permetto di fare male. Proprio a chi mi vuole più bene.

Nuda perché dentro fa caldo. Non servono cappotti, sciarpe e cappelli a riscaldare una serata ma bastano un bicchiere di vino, un piatto di spaghetti e quattro persone intorno ad un tavolo. E le risate. Non troppo forti però. Perché i bambini di là dormono. Ma anche perché quando si ama non lo si dice mai troppo forte. Un po’ perché non serve. Un po’ perché non abbiamo mai saputo farlo. Un po’ perché crediamo ci sia dato. Un po’ perché sbagliamo a non farlo. Un po’ perché fuori abbiamo già strillato troppo. Un po’ perché la stanchezza a volte vince. Un po’ perché suona il telefono. Un po’ perché abbiamo dimenticato come si fa. Un po’ perché abbiamo paura di ritrovarci con le voci scordate. Scordate cioè in disaccordo. In disaccordo perché si sono un po’ scordate l’una dell’altra. Ci ritroviamo intorno a un tavolo. Sempre noi quattro. Eppure così diversi. Cresciuti. Invecchiati. Dimagriti.  Ingrassati. Provati. Cambiati, semplicemente. Eppure sempre noi quattro.

Nuda perché ogni parola è un’operazione a cuore aperto. Papà fa il cardiologo di mestiere, ma è mamma che manovra il bisturi. Che rompe e ripara. Ho messo 1734 chilometri e le Alpi tra lei e me, ma mi sta sempre dentro come una parte di me. Le sfuggo e me la ritrovo addosso. Chiudo la porta e trovo la sua ombra in un cassetto. Me la scrollo di dosso e me la sento sottopelle. Mi faccio donna e la vedo nello specchio. Mi voglio una mamma diversa e sento la sua voce quando racconto le storie ai miei figli di sera. Vado via da lei ma è solo un continuo cercarla. Come si cerca la strada di casa.

Nuda perché il vento mi passa attraverso senza filtri o protezioni. Vento di anni passati a studiare ad una scrivania. Pomeriggi infiniti. Spremute d’arancia a colazione. Amici passati a prendere un caffè e fidanzati rimasti qualche ora in più. Le foto dei concerti. Un vestito mai più messo. Le Dr Martens sfondate. Poesie e musicassette con le scritte sulla copertina. Ora chiuse nelle scatole. Impolverate sull’ultimo scaffale della libreria. Sotto ci sono i quaderni dei temi d’italiano. Un po’ più giù, i libri dell’università. La seconda mensola è quella dei carillon, le palle con la neve finta e un paio di disegni belli. I ripiani più bassi, quelli più accessibili, ora sono di nuovo pieni di giochi. Non più i miei. Quelli dei miei figli. Che di là li senti gridare (forte): “Nonnaaaa! Stasera ci fai gli spaghetti!?”

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